|
Alessio Di Giovanni
BIOGRAFIA
di MARISA DI GIOVANNI
Firenze 31 gennaio 2005
Alessio
Di Giovanni nacque a Cianciana, un Piccolo paese in provincia di
Agrigento, il 6 ottobre 1872, da Gaetano e Filippina Guida. Il nonno
paterno, nato a Santa Elisabetta, ebbe una giovinezza piena di
privazioni e di stenti. Analfabeta impiantò prima una piccola
fabbrica di conciami, poi apri delle miniere di zolfo lasciate in
eredità al figlio Gaetano. Quest'ultimo, nativo di Casteltermini,
studiò Filosofia e Diritto all'Università di Palermo e, dopo essere
tornato nel paese natale a lavorare presso uno studio notarile,
approfondì i suoi interessi per il folclore siciliano,, collaborando
con il Pitrè alla compilazione della Storia delle tradizioni
popolari, Alessio Di Giovanni risentì nella sua formazione culturale
di questi interessi paterni per i problemi di linguaggio, come
confermano le sue vaste ricerche sui canti popolari agrigentini, che
rappresentano anche i primi esperimenti della sua attività
letteraria.
In una pagina autobiografica lo stesso autore descrive così la sua
giovinezza:
"Passai l'infanzia e la fanciullezza là nella bella valle del
Platani, quella valle benedetta sempre presente nel mio cuore anche
nella lontananza, come la cosa più cara, la più diletta, la più
amata: La mia famiglia a quei tempi, possedeva le più ricche zolfare
del paese e campagne vaste e bellissime, così i miei primi anni io
li passai in mezzo ai contadini e agli zolfatai, verso i quali io
nutrivo fin dall'ora, un affetto speciale; in mezzo alle colline del
mio paese così bello e tranquillo, di una tranquillità malinconica,
patriarcale, solenne che ti va dolcemente al cuore e ti lascia
pensoso. La posizione finanziaria di mio padre, la carica di sindaco
autorevole e stimato del paese attiravano continuamente in casa
nostra gente di ogni risma e di ogni condizione, e avevo spesso,
quindi occasione di assistere, non solo al monotono e gramo
svolgersi della vita paesana, ma anche a scene caratteristiche
ignote ai più, spesso pietose e raccapriccianti. Di queste due si
fissarono con un solco profondo nel mio animo di bimbo e vi
lasciarono un'impronta incancellabile, prima la tortura che due
guardie campestri inflissero alla mia presenza a un povero
contadino, accasciato dagli anni e dagli stenti, che vivacchiava
facendo panieri e corde, intrecciate di canne e di vimini. Esso, poi
nel più fitto inverno, costretto dalla fame, era andato a rubare
canne e rampolli d'olivo, necessari al suo mestiere, nel campo di un
ricco proprietario del paese e le guardie campestri avevano
trascinato il povero vecchio in una cella del soppresso convento dei
minori Riformati, gli avevano stretto i due pollici tenacemente con
una cordicella che via via come egli si incaponiva nel suo ostinato
mutismo, stringevano ( ...). E il povero vecchio, stremato di forze
aveva finito col cantare ma ne rimase profondamente scolpito
nell'animo l'espressione dolorosa del suo magro viso bruciato dal
sole, e quei due pollici lividi dal freddo che diventavano d'un
violaceo raccapricciante, sotto le mordaci carezze della poco
cristiana cordicella. Così come mi rimase scolpita nell'anima la
faccia scarna e terrosa, lo sguardo stanco e le parole amare di uno
solfataio che stava a mangiare avidamente in un quieto pomeriggio di
giugno, la minestra con le fave, dinanzi all'uscio della sua
casuccia, e a me che giravo il paese con i miei amici, nella
speranza di raccogliere danari per non so quale festicciola che noi
ragazzi preparavamo a San Luigi rispose: "Chissa sula aju, pi fforza!...
Si la voli ossia si la pigghia". (Questa sola ho, per miracolo! ...
Se la vuole, se la prenda!).
All'età di 14 anni. Alessio, insieme alla sua famiglia, lasciò la
ValpIatani e si stabili a Palermo.
Lottando con i suoi, desiderosi di indirizzarlo verso una carriera
che egli non voleva intraprendere, passò anni di tristezza e di
isolamento, nei quali non ebbe altro conforto se non la lettura di
molti libri: iniziò cosi la sua attività letteraria da lui definita
come "Calvario" dell'arte: per i suoi scritti artistici che lo
portarono a conseguire la laurea ad honorem, insegnò nelle scuole
regie secondarie.
Da una delle ultime interviste rilasciate dal Di Giovanni a un
quotidiano di Palermo si sa che, seguendo un consiglio di Edmondo De
Amicis sulle Pagine Sparse, aveva cominciato a studiare la lingua
parlata di cui acquistò ben presto una profonda conoscenza; al tempo
stesso non trascurò di approfondire lo studio del dialetto
siciliano, creando così tutte le premesse per quella che sarà la sua
futura fisionomia di scrittore bilingue; difatti continuò per tutta
la sua vita a scrivere in siciliano e ad unire ai testi, il più
delle volte, la corrispondente traduzione italiana.
Le prime prove furono alcuni articoli di critica pubblicati nel
giornale democratico palermitano "L'Amico del popolo, inerenti la
recensione a mostre di pittori, in particolare a Francesco Lojacono
e a Niccolò' Cannicci, attenti alla “sanità poetica della terra”,
alle grandi distese del mare e delle campagne. Il Di Giovanni ebbe
un interesse particolare per il pittore senese, ma mentre il
Cannicci, attratto dall'anima semplice delle vere figure popolane e
contadine, non rinunciò a toni idilliaci, il Di Giovanni dinanzi
certo a una realtà ben diversa, finì per privilegiare gli aspetti
drammatici legati al feudo e alle solfare.
Negli anni in cui cade l'Esposizione Nazionale di Palermo, cioè nel
1892, scrisse il saggio su Emma Parodi. Questo è il chiaro sintomo
del suo interesse verso gli autori minori. Anche di questa
scrittrice egli traccia un profilo poco esauriente, e tende a
sottolineare gli aspetti che più lo interessano, quelli relativi
alla vita contadina del Valdarno e alla bellezza di quella terra.
Intanto le sorti economiche della famiglia peggiorarono sempre di
più per cui Alessio fu costretto a lasciare la sua Palermo e a
tornare alle colline natie, sentite ben presto come troppo isolate.
Máju sicilianu (Maggio siciliano) risale al 1896, venne scritto
all'età di 24 anni, e appare diviso in tre parti: Amuri rusticani
(Amore rusticano), Vuci di li cosi (Voce delle cose), Tipi e sceni
paesani (Tipi e scene paesane). Nelle prime due canta le pene
d'amore, ma lo spazio dato a squarci di vita nei campi è molto più
ampio, si sofferma sui luoghi in cui si svolgono le vicende del
popolo che sopporta in silenzio i soprusi dei ricchi, opponendo loro
l'unica difesa possibile, il nucleo familiare. Nella terza e ultima
parte dà ancora più voce alla disperazione dei lavoratori,
descrivendo l'abbrutimento delle loro condizioni. Il poemetto si
conclude con l'augurio che si sparga un "raju d'amuri" (un raggio
d'amore) là dove regnano il dolore e la sopraffazione.
Diversa per ispirazione e per svolgimento appare la seconda opera in
cui si declama la bellezza muliebre. Questa raccolta è stata
considerata dalla critica come un momento di sosta e di meditazione
per il Di Giovanni, in prima di riprendere il filone che senz'altro
gli è più congeniale, cioè la descrizione del mondo dei contadini.
Nel 1900 esce Lu fattu di Bbissana (Il fatto di Bissana):
Il piccolo dramma campagnolo, ritratto in questi sei sonetti non è
un'invenzione della mia fantasia, giacchè esso si è svolto veramente
nelle aspre e solitarie campagne della ValpIatani".
Così afferma l'autore, aggiungendo che l'idea del racconto l'ha
avuta da un contadino della zona.
Peppi è un raccoglitore di grano, un tipo molto scontroso e al tempo
stesso onestissimo; ma si sa che il Diavolo tenta anche le persone
migliori, ed è proprio verso di lui che si rivolgono le attenzioni
della Turca, “soprannome di comare Maddalena ricavato dalla vita
viziosa e dal suo linguaggio sacrilego". Caluzza, promessa sposa del
contadino, trascorre le sue giornate tristemente, cercando di stare
dietro al fidanzato, trascurando così il proprio lavoro; la sera è
sempre più abbattuta, mentre Peppi in compagnia degli amici canta
fino a notte inoltrata. La Turca, da parte sua, non gli dà tregua e
alla fine lo induce a tradire la sua donna che, quando sa, viene
presa da una "botta di sangue" e muore. Così il Di Giovanni spiega
l'uso del dialetto in quest'opera:
“Il racconto scultorio, vivo e drammatico del vecchio villano era
tale da impressionare la mia immaginazione. Riducendolo in versi, io
non mi sono voluto allontanare per nulla dalla rapidità e
dall'incisiva semplicità del parlare contadino agrigentino. I nostri
rozzi e violenti agricoltori non prediligono, nelle loro narrazioni,
le lusingherie lussuose, le descrizioni prolisse, ma esprimono il
loro pensiero, con risentita durezza, in poche parole aiutandosi con
efficaci sottintesi e con gestire parco e suggestivo. Essi così come
non parlano con parole o pensieri presi a prestíto dal Sannazzaro e
da minori poeti arcaici, non sono nemmeno parolai e sbiaditi, come
nell'opera di qualche vecchio poeta siciliano, potrebbero apparire.
Questi miei sonetti ( ... ) vorrebbero fare in modo che il robusto e
schietto parlar villereccio, non sia strambato ed esagerato da
ridondanza e soverchia sonorità di verso, e dall'uggioso martellio e
dalle tiranniche esigenze della rima di maniera, che il lettore
arguto ed acuto, possa leggendo, crearsi l'illusione di aver dinanzi
non dei versi, non delle rime, ma di sentirne da sé stesso un
villano agrigentino a narrargli il fatto di Bissana, con naturale
semplicità e verità. E vorrebbero mostrare anche che, a parte degli
epidemici amori, al coltello, dalle comunissime catastrofi,
abbeverate di sangue, triviali, ormai convenzionali esiste nella
vita del popolo di Sicilia, un che di caratteristico, di proprio, di
vero che merita di essere ricercato e studiato con forte passione (
... ). Bisogna ritornare alla natura, all'osservazione amorosa
sincera ed ingenua del vero".
Quest'ultimo pensiero lo ritroviamo espresso anche in epoca più
tarda, nel 1932 nell'introduzione alle sue opere teatrali:
"Nelle mie scene di vita siciliana, ho preferito ed amato sempre la
riproduzione sincera della realtà, con le sue ombre e i suoi
splendori. Codesta realtà ho cercato di rendere senza annebbiarla di
nerofumo e di illeggiadrìrla con roseo. L'omini su'mmischati! mi
diceva un giorno, con impressionante serenità, un vecchio
cappuccino, che della vita aveva una lunga e grande esperienza. Ed
io ascoltando le parole semplici e sapienti, pensavo che l'arte,
specchio della vita, può dirsi veramente realistica quando,
rifuggendo dall'essere unilaterale riesce a ritrarre nitidamente
codesta varietà di anime costrette a vivere insieme e agitate
continuamente da passioni contrastanti e diverse, per le quali il
volto umano ora si illumina di celestiale bellezza, ora s'ottenebra
per un lampeggiare bieco che ha del demoniaco e del bestiale
insieme. Né ritraendo codesta realtà vera ho creduto di nuocere alla
buona fama della mia terra luminosa, perché le mie esperienze
demopsicologiche e lo studio della novellistica regionale italiana e
straniera, mi hanno dimostrato che, non solo in Sicilia, ma
dappertutto anche fuori d'Italia, e d'Europa, la plebe è tuttora
schiava di superstizione e di pregiudizi secolari".
Giuseppe Angelo Peritore, autore di un saggio su tutta l'opera
digiovanniana, a proposito de "Lu fattu di Bbissana" nota che:
"Questo libretto rientra nel campo delle imitazioni, se pur non del
tutto servili. Ricavato dalla bocca d'un contadino sembra tolto di
peso, da una delle novelle del Verga ed ha del Verga la potenza
rappresentativa delle dolorose scene della vita di campagna e della
psicologia elementare dei contadini siciliani, non senza una certa
intenzione di sfruttare la drammaticità dell'episodio per servirsene
come effetto a colorire la debole ossatura dei sonetti che
altrimenti sarebbero riusciti poveri ed opachi".
Tuttavia, prosegue il Peritore:
'Non si può negare che Verga aiutò il Di Giovanni a persistere sulla
via intrapresa, dopo che l'intuito del suo ingegno lo aveva condotto
a trarre la materia della realtà della gente e del paese di Sicilia
dopo che gli era apparsa la suggestiva bellezza del suo paese, ma
non si può onestamente limitare l'originalità e la potenza del suo
sforzo, che avendo a compagno illustre un Verga, gli va accanto
senza turbarsi e senza mortificarsi in fiacche ripetizioni,
affermando sempre un suo ideale d'arte e spesso movendo verso
opposte significazioni ed anche con mezzi che talvolta superano
quelli usati dal Verga, perché atti ad esprimere l'anima siciliana o
meglio risposti a rappresentare l'umiltà grandiosa del popolo che
vive e lavora, soffre ed ama i latifondi e le solfare all'interno
dell'isola".
Appare perciò evidente come ne 'Lu fattu di Bbissana" il Di Giovanni
aderisca alla corrente veristica tentando di penetrare nell'animo
dei personaggi, nei loro costumi, nella loro vita facendo del
linguaggio non un momento estraneo al fatto narrativo.
Nel 1956 sulla rivista "Galleria Rassegna" Vittorio Clemente scrisse
un articolo dove veniva messa in evidenza proprio la componente
veristica dell'opera digiovanniana. Secondo le affermazioni del
critico, nella letteratura dialettale siciliana della fine dell'Ottoccento,
due furono i fattori che influenzarono maggiormente gli scrittori
dell'epoca, da un lato la ricerca folcloristica cominciata dal Pitrè
e proseguita da altri ricercatori e illustratori e dall'altro la
corrente veristica con Verga e Capuana che certamente non potevano
non influenzare i poeti isolani.
L'opera poetica del Di Giovanni risentì di entrambi i fattori, anche
se presenta dei motivi di novità, il primo segno è rappresentato
dalla presenza del paesaggio, Di quella selvaggia e aspra natura
della Valplatani che diventa non uno scenario, ma protagonista
stesso della successiva poesia digiovanniana. Il soggetto di Lu
fattu è vero può essere quello di un racconto verghiano ma la luce e
lo sviluppo esulano da quella cronaca svolgente si in un puro
dialogo (…). Chi narra l'episodio è un vecchio (…) che non si
abbandona nè a sottintesi, né a coloriture umoristiche e salaci,
egli parla secco e crudo, come usa la gente di campagna di tutto il
Mezzogiorno; per lui non c'è che il “fatto” e la parola che è il
fatto stesso. Né rivela emozione alcuna per quanto accade nel tempo
e riaccade presentemente davanti agli occhi della sua mente e nel
suo racconto. Tutto questo conferisce al discorso un tono distaccato
che aumenta la sua carica poetica e drammatica".
Ed è proprio per tutti questi aspetti che quest'opera può essere
considerata di stampo veristico.
Nel 1900 viene pubblicata l'ode Cristu, opera molto ammirata da
Mario Rapisardi, ispirata all'autore da un quadro di Cristo dipinto
dal pittore sangimignanese Garibaldo Cepparelli. Il componimento,
caratterizzato da una profonda religiosità, segno dell'avvicinamento
allora in atto, del Di Giovanni verso la fede, rivela il grigiore
dell'esistenza, però la sofferenza umana, non è più quella dei
braccianti, degli oppressi, ma ha assunto un valore universale,
l'autore ha abbandonato il terreno della concretezza storica per
approdare ad una dimensione del dolore tutta esistenziale e
metafisica che tenta di concretizzare con la rievocazione della
figura di Cristo prima e di San Francesco poi.
Questo slittamento favorisce, sul piano dello stile, un'andatura
frammentaria, quasi indice dell'angoscia di chi scrive. Il Di
Giovanni si domanda con un certo timore: "Chi è ca pensi? puro tu,
tu puru vo' abbannunarmi stu munnazzuanticu?'. Il Peritore dando un
giudizio critico su Cristu, e in particolare sulla religiosità
dell'autore, si sofferma a lungo sulla ricerca del proprio io da
parte dello scrittore e conclude dicendo così:
"Egli prima si contentava di evocare le passioni elementari dei
popolo e di trasfondere nelle pagine i colori ardenti e mutevoli
della campagna siciliana, ora vuole che quella passione elementare e
questa visione di paesaggio umano escano però un momento dalla
serena solennità dell'epica in cui si trovano atteggiate diventino
il medesimo travaglio. Prima il poeta si contentava di contemplare e
cantava facendosi storico del paese e degli uomini di Sicília: ora
solleva questa storia di gente e di luoghi fino alla realtà
tormentata del suo spirito svelando a sé stesso il mistero della
propria vita".
Ecco quindi che secondo il Peritore si arriva a una poesia più
reale, più sentita riuscendo ad andare oltre la semplice cronaca.
Molti critici sono concordi nell'affermare che il meglio della
produzione del Di Giovanni cominci con A lu passu di Giurgenti,
datata 1902. In questo poemetto il protagonista è Fra Matteo, un
eremita che è sempre pronto a rimpiangere la fede schietta dei
Padri. Con la credenza cieca nei miracoli esalta la vita del Beato
Andrea da Burgio e una sera narra a un gruppo di contadini della
Valplatani; la vita del Beato. Così arriva a descrivere un mondo
quasi fiabesco, dove non si riesce più a capire dove finisce il
miracolo e dove comincia la realtà. Anzi il prete arriva a credere
che, con la sua realtà miracolosa, è in grado di debellare le
tentazioni del male, e per dimostrare ciò attraversa il fiume in
piena e muore annegato.
Anche di quest'opera il Peritore mette in rilievo la religiosità,
simbolo della credenza del popolo siciliano:
L'esistenza dei suoi personaggi si riversa in tutto il suo mondo
morale; è cioè avvolto in un'atmosfera di misticismo che plasma la
loro anima attraverso sentimenti di dolcezza pacata e di
superstizione religiosa Fra Matteo che, animato dalla fede, in casa
di marangoni racconta, mentre il Platani è in piena, i miracoli del
Beato Andrea da Burgio e scommette di passare il fiume con la
certezza di rimanere incolume, Fra Matteo che, animato dalla fede,
sfida il pericolo e muore annegato è - senza dar luogo a simboli che
non potrebbero sussistere in un'opera di bellezza - il vecchio
popolo siciliano superstizioso e fedele alle tradizioni religiose".
In A lu passu di Giurgenti si comincia a profilare con chiarezza la
poetica dell'età matura; si sostiene che per rendere con evidenza la
psicologia dei contadini occorre servirsi della loro lingua
rispettando le differenze profonde da zona a zona. Le opere in cui
il Di Giovanni ha affrontato il problema del linguaggio sono
numerose fra l'altro afferma:
Bisogna tener presente, dopo, che il dialetto può giovare alla
lingua più utilmente forse che non la lingua al dialetto. La lingua
è il gran fiume regale che può rispecchiare nitidamente il roseo e
continuo trasformarsi delle nuvole vaganti pel cielo, e la massa
verde degli alberi fluviali, e perfino l'ombra d'un branco d'uccelli
migratori, e può attraversare e fecondare pianure e città, senza
correre il pericolo d'annaghittirsi in limacciose paludi e perdersi
in selvatiche lande acquitrinose, solo fin quando gli ignoti
fiumicelli montani non si dimenticheranno d'apportargli con
inconsueta vena, le pure acque fresche, limpidissime acque che loro
concede l'alta montagna inviolata. Fate che codesti fiumicelli
inaridiscano e il gran fiume, perderà tutta la sua maestosa
travolgente bellezza, per diventare un polveroso sentiero, irto di
ciottoli e di inutili erbacce".
E prosegue ancora:
“Il dialetto siciliano, lo sanno anche i muriccioli, non serba un
tono uniforme e perfettamente consimile in tutte le regioni
dell'isola, così nel colorito, nella pronuncia lo stesso nel Maju ho
seguito la parlata ciancianese".
Poco prima aveva affermato:
"Molti particolare tipo di poesia critici sostengono che il poeta
dialettale, in quanto autore di un tipo di poesia, deve intuire ed
imitare pedissequamente la poesia popolare perché qui è possibile
trovare la genuinità e la freschezza del popolo. Ma certamente nella
poesia non si può trovare la vera arte che non è posseduta dal
contadino e dal popolano. Il poeta dialettale, quindi, deve
ricorrere alla grazia del dialetto nativo ma non può dimenticare la
sua arte e i suoi studi. La poesia dialettale possiede una
spontaneità riflessa cioè un spontaneità popolare unita all'Arte. Il
poeta deve dare a quella poesia la forza immaginosa e fantastica
della sua mente".
Il problema dell'uso del dialetto da parte del Di Giovanni è stato
più volte affrontato dalla critica; il Genovesi afferma che il più
grande esempio di autore dialettale è quello del Meli, autore
arcadico che si è tenuto vicino a un certo tipo di poesia molto
descrittiva e ha usato il dialetto letterario per cantare argomenti
talvolta futili come le lodi verso il gatto.
Il Di Giovanni stroncò questa tradizione; adoperò il dialetto in
maniera propria cioè per gente semplice. Questo giudizio critico del
Genovesi risponde a verità fino a un certo punto, poiché il dialetto
usato dallo scrittore ciancianese non era propriamente popolare
infatti non era la lingua parlata dal popolo ma il frutto di lunghi
e minuziosi studi fatti dal Di Giovanni.
Lo Sgroi dà un giudizio sulla scelta linguistica fatta dall'autore
siciliano mettendo in evidenza la fede e la religiosità che ne
pervade tutta la produzione: "non si avventurò mai nel cammino
dell'arte abbandonandosi alle cadenze esteriori della poesia
estemporanea; il suo temperamento pensoso lo porta a concepire
l'arte quasi come una missione". Quando il Di Giovanni capì la sua
predisposizione nei confronti della poesia dialettale su questa
sussistevano molti pregiudizi come dimostra il disorientamento
estetico provato dai critici dinanzi alla poesia del Platania, il
quale era stata in grado di rompere il ritmo della poesia vernacola
con i suoi accenti sdegnosi e pensosi:
“Il Di Giovanni notava che il poeta dialettale deve avvalersi della
bellezza del dialetto natio ma non si può dimenticare la sua
condizione, i suoi studi perché e altrimenti sarebbe inutile
scrivere. Egli aveva già intuito la vera natura del linguaggio
poetico anche se in lui non era ben chiara la distinzione tra poesia
popolare e poesia dialettale".
E ancora prosegue lo Sgroi:
" Nel Di Giovanni, dopo un profondo ed originale meditazione
sull'arte verghiana si venne connaturando la convinzione di
rappresentare quella realtà solamente col dialetto. Più volte
sostiene che l'arte del Verga sarebbe stata suprema se solo avesse
fatto parlare i suoi personaggi in siciliano. Evidentemente il
problema non è così semplice come lui se lo immagina. Anche quando
traduce la Chiave d'oro non riesce pienamente a convincere perché è
ovvio che l'autore ha elaborato una personale traduzione. Verga non
concepì il dialetto, né fece del dialetto quell'assiduo studio che
al contrario il nostro poeta fece. Quindi nessuno può chiedere al
Verga una forma diversa, vale a dire un linguaggio poetico che lo
scrittore catanese non poteva possedere. Il Di Giovanni s'era
foggiato un dialetto personale, duttile, vario e potente".
Con altra lucidità avrebbe notato diversi anni dopo Pier Paolo
Pasolini:
"Di Giovanni non era un gran critico, era un critico onesto di buoni
studi, la sua mano non venne presa dalla sua passione dialettale e
quindi di regionalista. La tesi della sua conferenza su Verga è
riconducibile alla domanda se Malavoglia non avessero dovuto essere
scritti in dialetto. Il Verga rimase un pò interdetto da tale
domanda che non mancava certamente di un rigore teorico e
sentimentale. E riSDOse con una lettera che Si presenta molto
incerta".
Quindi Pasolini prosegue dicendo che:
"Rispondere come fa il Verga che, per un capolavoro non aveva usato
il dialetto perché questo lo avrebbe circoscritto alla sola isola, è
tutt'altro che esauriente brillante, Il Di Giovanni aveva scritto Lu
Fattu di Bbissana facendo addirittura quasi una traduzione che dava
alle ipotesi teoriche la sua originalità, la sua ricchezza. Dal Di
Giovanni viene fuori una storia potentemente scorciata, squadrata
tra allusività gergali e un trop-plein di dati riprodotti, più che
evocati dalla lingua. Non siamo molto lontani dai risultati di un
Verga. Il Di Giovanni esercita una coazione sul dialetto dovuta al
suo eccesso di fiducia gli pareva che bastasse pronunciare una
parola dialettale perché si compisse il miracolo espressivo della
poesia. Siamo nel momento storico in cui il romanticismo si fa
naturalismo; qui ci troviamo di fronte a un'area di sviluppo
ritardato. Il dialetto è insieme un dato romantico (la misteriosa
regione romantica) e un dato naturalistico (realtà fisicamente
restituita, la descrizione delle misere condizioni contadine)
insomma il dialetto è materia che riceve una forma da una la
trascende, che appartiene alla cultura in lingua. Il Di Giovanni a
questa cultura come ci appartiene il Verga. La differenza tra i e Lu
fattu di Bbissana è solo apparente. Entrambi sono scritti in un
linguaggio che è contaminazione di cultura e cultura. In Di Giovanni
la . one ha portato ad intensificarsi il materiale idiomatico
siciliano, e in era più moderno del Di Giovanni, c'era in lui meno
ritardatario romanticismo".
Nel 1906 appare la sua prima opera di successo, il p'oemetto Lu
puvireddu Amurusu (Il poverello amoroso), che, accolto con favore
anche a critica italiana oltrepassò le Alpi ed ebbe le lodi più
calde e lusinghiere di Paul Sabatier e di Federico Mistral, il quale
salutando nel suo autore un superbo "felibre" lo propone come socio
del Felibrige. Questo poemetto narra la vita di San Francesco,
mettendo in risalto la bontà del Santo il quale si accontentò di
vivere miseramente e che arrivò ad accettare serenamente anche la
morte. Poi l'autore dalla vita del santo arriva a trattare della
campagna siciliana, dove tutta la bellezza dell'ideale francescano
appare come un'utopia e al poeta non resta che concludere dicendo:
"La parola che amasti:
la parola, o Francesco, che tu gridasti
a tutte le creature:
Amore, pace! ...
amore, amore, amore...
Purtroppo nella vita quotidiana non esiste una comunità francescana
in cui regni l'amore e i poveri non siano oggetto di soprusi, ed è
questo il rammarico del poeta.
Dalle prime lasse dove si descrivono i contatti di San Francesco con
la natura e con gli animali, un mondo di calma e di serenità, si
passa alle ultime lasse in cui il poeta, pur sperando in una futura
città francescana, si rivela ben consapevole della illusorietà di un
tale auspicio dando vita ad una rassegnazione spesso drammatica.
Di quest'opera esiste una seconda edizione, datata 1926 con
prefazione di Federico Mistral, legata ad una precisa ricorrenza, il
settimo centenario della morte di San Francesco. Il poverello
amoroso non fu l'unica opera di argomento francescano dataci dal Di
Giovanni il quale fece anche una traduzione dei Fioretti di San
Francesco. Luigi Russo dimostra di apprezzare proprio questo secondo
sforzo dell'autore siciliano infatti dice che "nel leggere
l'argomento del primo fioretto pare di sentire il principio delle
orazioni religiose del popolo siciliano, e tutta la traduzione è
condotta in tale stile nativo alla fantasia del popolo che deve
intenderlo in questa nuova lingua. I travestimenti in dialetto
possono avere un'involontaria parodia, il dialetto è una lingua che
risponde a un'esperienza elementare ed sa può essere veste adatta
per esprimere il contenuto che abbia sempre un ere di ingenuità e
qualcosa di primitivo. Una traduzione dei Fioretti raggiungere un
artistico equilibrio e il dialetto siciliano, irnpastato com'è di
tradizioni storiche di relìgione, di ingenuità favorisce il compito
del traduttore.
Nella traduzione del Di Giovanni si assiste come alla nascita
spontanea di un racconto nella sua nuova forma espressiva come se
questa fosse la sua antica veste originale. Non è una traduzione
tecnica ma una traduzione di sentimento cioè un'operetta vissuta e
sentita nell'indipendente ispirazione del traduttore artista".
Nel 1910 esce la raccolta Nni la dispenza di la surfara. Il giudizio
datone dallo Sgroi ben sintetizza l'opinione generale della critica:
"Nello svolgimento della poesia del Di Giovanni bisogna mettere da
parte i sonetti Nnila dispensa di la surfara, in queste liti che si
batte su un'aspetto di rievocazione artistica che è estranea alla
concezione del poeta. Qui è voluto ritornare nel mondo della miseria
degli zolfatai ma anziché rappresentarne la tragica situazione si è
soffermato in un lungo racconto. Il Di Giovanni dà innegabilmente il
senso drammatico della vita di quel piccolo ambiente ma però
l'accento principale delle liriche non batte su quella vita di
stenti ma è solo intravista nelle interruzioni degli ascoltatori".
Difatti la storia si svolge in un'osteria, dove un gruppo di
zolfatai, ascolta una storia fantastica raccontata da un
cantastorie.
La produzione teatrale del Di Giovanni occupa un posto di rilievo
accanto alle opere del Verga, di Capuana, di Martoglio. Come afferma
lo stesso autore non aveva alcuna conoscenza delle tecniche teatrali
ed è per questo che le sue produzioni si caratterizzavano per una
sostanziale autonomia dei canoni del genere. 1 drammi sono tre;
Scunciuru (1908) Gabrieli lu carusu (1910) e Gli ultimi siciliani
(1915). Tra essi il maggior successo lo riscosse Scunciuru che venne
rappresentato in tutto il mondo, anche in America, dalla compagnia
di Giovanni Grasso e di Mimì Aguglia. Quest'ultima acclamata
interprete della Lupa e di Malia. Cosi il Di Giovanni, nel 1895
riassunse la trama del suo dramma:
"Santo, giovane contadino siciliano, giura a sua madre di sposare
Nela sua cugina, povera orfana, che la zia teneva in casa fin dalla
morte della sorella. Ma poi attirato dalla civetteria d'una Sara,
dimentica la promessa e disonora quest'ultima. Contrasto quindi tra
l'antico affetto della cugina e il nuovo amore che è fatto più di
sensualità che di altro, Santo, dopo tante titubanze e rimorsi,
ritorna all'amore sincero e passionato di Nela, senza darsi affatto
pensiero della rate imbroglione disonorata.. La quale si raccomanda
a fra' Liborio, u' rumitu, un frate imbroglione che si spaccia per
persona confidente di Santa Brigida, perché le faccia la novena,IAI
santo e le dia il responso. Fra' Liborio, che va d'accordo con Nela,
infinocchia la povera giovane col raccontarle certe sue visioni; la
conclusione delle quali è che quindi se vuol vivere non deve mai
salire i gradini dell'altare né quelli del municipio. La povera Sara
tra il disonore che la tormenta e tra la fede ,superstiziosa che
nutre verso Santa Brigida non sa come regolarsi e la sua vita è
sequela di guai. Ma la nuova dei disonore viene all'orecchio d'un
fratello, Peppe il rosso, che dopo aver ammazzato la moglie e il
drudo che aveva colto in campagna e faceva il brigante. Peppe
obbliga Santo a sposare Sara. Santo, pur amando sempre la cugina va
un giorno a sposarsi alla chiesa con Sara. Ma l'altra, Nela ardente
di gelosia e spinta anche da fra' Liborio che per levarsi la
responsabilità che s'era messo addosso immischiandosi in quell'affare,
le fa capire a via di chiacchiere che essa è destinata dalla Santa
ad eseguire il suo alto giudizio ----, si unisce alle comari che
buttano il grano al passaggio della sposa, secondo l'uso di questi
paesi e la uccide con una coltellata al cuore".
Società tipicamente contadina quella rappresentata in Scunciuru:
esiste l'elemento religioso nella figura di fra' Liborio
fratacchione imbroglione che muove le scene basilari del dramma; il
mafioso nella figura di Franciscu Turrita che influenza la decisione
di Santo costringendolo a sposare Rosaria, Santo lavoratore che non
esista però a sfarfallare tra le donne. Il dramma naturalmente è
analogo a quelli scritti in quest'epoca. Infine da contorno c'è la
comunità che appare staccata da tutta la vicenda, ma serve
all'autore per completare il quadro.
Da notare che Nela talvolta riecheggia quasi gli zolfatai. Lei
infatti pur essendo molto religiosa non esita a bestemmiare nei
momenti di particolare fervore: "Su tutti chiacchiri! Santa
Brizzitta! .. Santa Brizzitta! La lassasti stari a Santa Brizzitta!
Scummettu ca idda puru si scanta dì la carrabina di lu su Franciscu
Turrità! Ah!.
Dopo la rappresentazione dell'opera il Verga confortava l'autore con
queste parole: "Caro Di Giovanni, per ora è in auge la Malia, ma il
suo Scunciuru è superiore. Ma ad ogni modo, qualunque sia il
giudizio del pubblico, stia pure tranquillo che il suo dramma è una
vera opera d'arte.
Gabrieli lu carusu, descrizione della vita di uno zolfataio, che è
poi quella di tutta la gente del luogo che vive per essa, viene
scritto dall'autore in un solo giorno del 1909, dopo che ci aveva
pensato su per tanti anni. L'opera scrive Luigi Russo, era di
qualche interesse per 1a vigoria di espressioni dove di scorcio si
racchiudono stati d'animo dolenti, umoristici, maligni, miserabili".
Interessante il giudizio di Carmelo Sgroi sulla produzione teatrale
dell'autore là dove dice:
"Nel teatro del Di Giovanni si presenta il dubbio se bisognava far
parlare quei, contadini in dialetto o in una lingua che almeno
apparentemente ne imitasse la, maniera espressiva. Quei contadini
però non possono che esprimersi in dialetto. Il dialetto cioè il
linguaggio poetico non è nei contadini; ma nell'animo del poeta
dialettale, che concepiva il dialetto in personaggi e situazioni
spirituali. Anche la voce delle cose, il paesaggio, la fatica ha un
tono dialettale, perché ha elementarità della vita di una gente
vissuta nell'immediatezza dell'istinto. a il tono non è nella gente
ritratta ma nell'anima dei poeta che evocando e rappresentando le
sue creature le concepisce a quel modo...”
E ancora:
“Quello del Di Giovanni non è un teatro che si risolve nella tecnica
rappresentazione come tanta parte del teatro siciliano; quasi sempre
adattamento e sceneggiamento di novelle e di romanzi. Il Di Giovanni
ha voluto investire la vita siciliana con la stessa religione
egoistica e superstiziosa della gente che vuole giustizia tutta per
sé. Ne vengono fuori creature che non si subordinano a una legge di
superiore umanità, ma vivono nell’egoismo del proprio mondo, fatto
di elementarità e di pregiudizi”.
Risulta chiaro come lo Sgroi ritenga la scelta del dialetto da parte
del Di Giovanni non un’adesione a una corrente letteratura ma una
predisposizione propria dello spirito dell’autore siciliano ed è
perciò che lo scrivere in dialetto gli riesce naturalmente.
Gli ultimi siciliani, rappresenta in ordine di tempo l'ultimo dramma
del, Di Giovanni. Anche stavolta la vicenda ha un antefatto storico,
come tiene a precisare lo stesso autore. Rappresentato per la prima
volta nel 1915 esso ha come prima caratteristica che riecheggia
certamente il Verga, il parlare tramite proverbi. Protagonisti del
primo atto sono Don Augustinu e Patri Rusariu che discutono fra loro
sulle vicende della rivoluzione; infatti bisogna dire che il Di
Giovanni rende partecipe della cacciata dei Borboni dalla Sicilia il
clero e mette perciò in bocca a padre Rosario espressioni che sono
più adatte a un rivoluzionarlo: “Basta… un rurfareddu p’addumari lu
jocu di lu focu!… Haju firriatu nni ati jorna, deci paisi… A tutti i
banni li picciotti su’ pronti!… Comu lu comitatu sigretu di Palermu
manna l’ordini, vidiri la Sicilia e vidiri un vurcanu c'adduma sarà
la s ssa cosa.. .". Tutto il dramma è concentrato, potremmo quasi
dire, sulle battute finali quando si ente nelle parole di padre
Rosario la veemenza della lotta. La forza con cui bisogna
sconfiggere i Borboni: "Picciotti, cu tuttu. lu cori, cu. tuttu lu
con mi nni vinissi cu vuatri! Ma nun possu, nun possu cchIU! Lu
sapiti!.... Cu tuttu chissu sempri 'na cosa vi dicu, sempri 'na
cosa. V'arripetu sempri 'na cosa: lu nostru nnimicu. capitali cu' è?
(Voci di fuori): Lu Burbuni! Lu Burbuni Patre Rosariu risponde: Ora
si li patri di li notri patri, quannu nun mú putiru cchiù di li
Francisi, nni ficirti 'n sterminiti circannuli nni ficinni h stratiP
nni li casi, nni li chiesi, a tutti banni e gridannu sempri: "Morti,
morti a li Francisi!.... Tuttu lu sangu. 'nnucenti ca, nni sti jorna,
ha currutu a lavina, chi è ca nni dici? (Voci di fuori) risposero:
Morte a li Burbuni!"
Successivamente il Di Giovanni volle cimentarsi nella scrittura di
novelle e romanzi in dialetto, inserendo a fronte la traduzione
italiana. La morti di lu Patriarca nel 1920 è la sua prima novella.
Paolo Spada sogna di essere davanti a San Pietro in attesa di essere
introdotto nella sua ultima dimora, cioè in Paradiso. Però Gesù lo
respinge ricordandogli che non ha vissuto secondo la morale
cristiana. nel senso che non ha mai fatto elemosine ed ha pensato
soprarattutto ad accumulare beni. Paolo ha un brusco risveglio e lo
assale il dubbio che quella possa essere la sua ultima giornata di
vita; decide perciò di andare a confessarsi, chiedendo perdono a
Dio. Nel tragitto per arrivare a casa del confessore viene fermato
da alcuni contadini che lo aspettano per il pranzo, a questo punto
il peccato di gola è più forte del desiderio dì confessarsi. Muore
cosi senza essere riuscito a scontare i suoi peccati. Tutto il
racconto è dominato da una serenità cristiana che nasce dalla storia
del patriarca di Trasmutera, vissuta nella sua intensità
psicologica. Ma è qui, pure, che si trova per la prima volta nello
scrittore siciliano un elemento nuovo. una velata ironia generata
dal comportamento del Patriarca, si vede là dove Paolo si pente, ma
al tempo stesso sente fortissimi ì morsi della fame.
Esiste, poi, una serie di opere a cui è abbastanza difficile dare
un'esatta collocazione cronologica, di esse, infatti sono apparsi
brevi stralci su alcune riviste. Si tratta di Lu frati e La raggia
muta. In Lu frati si narrano le vicende di fra' Grigoli, un
missionario che torna alla sua patria dopo tanto tempo.
L'unico giudizio critico esistente è stato dato, nel 1956, da
Santangelo il quale afferma che Lu frati è particolarmente
interessante per la sua originalità in quanto che rivela aspetti
della Sicilia mistica e patriarcale, la Sicilia dei conventi perduti
nelle aspre montagne.
Anche in La raggia muta il protagonista è un fraticello, fra
Pasquale che muore lasciando una piccola eredità. Successivamente
torna sulla terra come ombra invisibile vedendo come i suoi beni
vengono sperperati, desidererebbe allora far qualcosa ma non può e
una "raggia muta lo assale".
Nel 1935 esce Il poema di padre Luca, noto anche con il sottotitolo
La seggia cu li razza razza. Così l'autore descrive quest'opera:
"Questo è dunque un ardito esperimento di poemetto narrativo in
versi sciolti dialettali, ch'è cosa affatto nuova nella poesia
siciliana. I suoi personaggi sono veramente esistiti, Padre Luca, il
protagonista, era un vecchio prete patriarcale che visse e morì in
un remoto villaggio abitato, credo anche ora, da qualche centinaio
di contadini e solo da uno o due di questi borghesi campagnoli che
in Sicilia vengono chiamati galantuomini, anche quando non lo sono.
Padre Luca era d'una innocenza e di una bontà rara, era il padre
della povera gente e tutti in quel villaggio l'adoravano. Quando
egli mori improvvisamente, fu un lutto per quei contadini, Lo
vestirono coi paramenti sacri: il camice, la pianeta violacea, la
stola, il manipolo. Lo posero a sedere su una vecchia sedia a
braccioli ch'egli nella sua ingenua bontà amava, direi quasi, con
tenerezza patema, lo circondarono di fiori e di ceri accesi e, per
tutto il giorno, stettero a pregare e a piangere, attorno a là Dopo
lo accompagnarono al cimitero, perduto in mezzo alla campagna
deserta. Tutto il villaggio andava dietro la bara; le donne: alcune
con il viso nascosto sotto la mantellina, altre con le braccia in
aria piangevano e singhiozzavano, urlavano, chiamando il morto con
le più dolci parole... Tutto un vero poema di sacrifici e di bontà è
la vita di quest'umile prete di campagna, il quale, nell'ingenua
innocenza della sua anima pura e semplice, non sa a quali insani
propositi può spingere una travolgente passione d'amore, così come
ignora sino a qual punto l'odio e il desiderio della vendetta
possono rendere l'uomo simile ai bruti, e come un disgraziato, in
fondo d'animo buono e generoso, possa rendersi suicida per volere
altrui ché, dopo tutto la morte, improvvisa e tragica del buon prete
è causata da questa sua ignoranza".
Nel 1936 viene pubblicata la raccolta in versi Voci del feudo,
vari-sono i temi qui trattati, anche se, esclusa qualche traduzione
di versi francesi, tutti sono inerenti al mondo contadino di
Sicilia. Ecco il giudizio che di quest'opera ci dà Cannelo Sgroi:
"... troviamo una innegabile potenza di intuire la situazione
spirituale dei suoi personaggi la visione degli scenari che si
aprono dinanzi al suo sguardo. Solo di rado, forse un bisogno di
onestà rappresentativa e descrittiva, si lascia andare a certe
capacità folcloristiche, c'è una lirica che è in cima al volume Nni
la masseria di lu Mavaru, la quale dà, si può dire, il tono a tutte
le altre che seguono; non nel senso che in essa siano contenuti
tutti i temi che poi si troveranno nelle altre, ma nel senso tutto
intimo dell'arte che ha sempre il suo svolgimento perché non si
conclude mai in un'impressione statica. Quel senso di solitudine che
è anche nelle cose evocate e che si diffonde nell'ampio passaggio
tutto pieno delle voci sommesse che si trovano in tutte le opere del
Di Giovanni, cui è l'anima stessa delle liriche".
E prosegue ancora:
Poi abbiamo tutta una serie di liriche ispirate alla terribile
visione delle zolfare e della vita degli zolfatari. Qui la polemica
dolorosa contro quella vita di sofferenze mortali è superata nella
delineazione di un paesaggio cupo".
Uno degli ultimi romanzi è L'uva di Sant'Antonio, edito nel 1938.
Fra' Mansueto ha avuto l'incarico di dipingere il trittico dell'uva
di Sant'Antonio, ma ha il timore sebbene sente che Dio gliene dà la
possibilità, che facendo un capolavoro finisca con il peccare di
superbia. Risolve, almeno in parte, il suo conflitto, abbandonandosi
alla volontà divina, è "Lui" che ha stabilito che diventi un bravo
pittore, e così sia. Da più parti questo romanzo viene considerato
una specie di autobiografia perché, in fondo, il tormento d'artista
di fra' Mansueto è simbolo di quello di Alessio Di Giovanni.
Accanto a questa vasta opera di autore dialettale egli svolse una
intensa attività di critico letterario. Scrisse saggi su Saru
Platania, Caterina Percoto, Federico Mistrial. su Giovanni Verga, su
Giovanni Meli e altri sul tema del francescanesimo. Sia la
conferenza su Caterina Percoto, sia il saggio su Giovanni Meli
mostrano gli aspetti non letterari di questa personalità.
Di ben altro genere appare la conferenza su Giovanni Verga tutta
incentrata sul problema linguistico e sulla tesi che i Malavoglia
avrebbero dovuto essere scritti in siciliano. Proprio da questa
conferenza nascerà una polemica fra i due scrittori, rimasti poi in
contatto fino al 1920.
Sempre al Di Giovanni va ascritto il merito di essere stato il primo
traduttore dei racconti provenzali del Roumanille, dell'Aubanel, di
Marius Jouvenau. Originariamente si era avvicinato al provenzale per
trovare una conferma alla sua tesi sul dialetto; scrive Santangelo:
“Come poteva il Di Giovanni restare insensibile al movimento
felibrige e in ispecìe alla poesia di Mistral? Congenialità di
temperamento artistico o di umano idealismo, parallelismo di
condizioni storiche, fecero sognare al Dì Giovanni di essere il
Mistral della Sicilia, propugnando il risorgimento dei dialetto
siciliano, vero custode dell'anima genuina della gente isolana. Nei
poeti della rinascenza provenzale sentiva realizzata la sua
aspirazione di poeta e di uomo.
La sua fu tuttavia un'adesione esteriore a un movimento letterario,
quìndi deve essere valutata nella sua portata l'influsso esercitato
da questi poeti. L'affinità fra Lu passu di Giurgenti e il Poema dei
Rodano è da fintracciarsi in tutta la diffusa atmosfera poetica cioè
nei ritmi interiori che guidano la scrittura dei due poeti".
Risulta quindi chiaro come il Santangelo non ritenga né originale,
né spontaneo l'avvicinamento dello scrittore siciliano ai
provenzali.
Dopo il 1938 il Di Giovanni rallentò molto la sua attività
letteraria, per vari motivi. Era afflitto da diabete, e gli alti e
bassi di questa malattia negli ultimi anni della sua vita, lo
costrinsero più volte al riposo, gli si era, inoltre> indebolita la
vista, tanto da non poter terminare il libro Lu Frati, finito
dettandolo alla moglie Caterina Leonardi.
Nel 1942 quando la guerra infuriava, il Di Giovanni richiamato dai
figli ormai sposati, lasciò Palermo e si rifugiò prima a Nicotera,
dove si trovava il figlio maggiore Gaetano; si fermò qui un paio di
anni e poi si recò dall'altro figlio a Ronciglione. Questi continui
spostamenti lo costrinsero ad abbandonare quasi del tutto la sua
attività, anche se viaggiava con la sua valigia dove teneva le cose
che gli erano più care: alcuni suoi libri e delle lettere. Tornato a
Palermo, dovette subire un grande dispiacere, la sua casa, situata
in via Giusti 1, era stata saccheggiata dagli alleati e buona parte
dei suoi libri erano andati persi. Con queste parole il Di Giovanni
descrive gli ultimi anni in una lettera datata 22 giugno 1945
indirizzata a Nello Mazzocchi Alemanni: "Come vede, sono tra i vivi,
nonostante le vicissittudini della guerra mi abbiano ridotto quasi
al lastrico. lo non sono più quello che Lei ha conosciuto ( ... ) 1
patemi, le astinenze forzate, le ansie di tanti anni di guerra,
hanno fiaccato la mia fibra a cui dettero il colpo di grazia
l'andata in continente e il ritorno in Sicilia nel convoglio
pontificio in carro bestiame ( ... ) quattro giorni e quattro notti
e mezzo in continuo su e giù ( ... ) Non posso muovere un passo, da
una stanza all'altra non posso leggere, non posso scrivere". Il Di
Giovanni cadde così in una profonda crisi da cui non si sarebbe più
ripreso. Morì il 16 dicembre 1946, le sue spoglie giacciono nel
cimitero di Palermo in una tomba con altri cappuccini, secondo il
suo desiderio.
Fonte: www.cianciana.info |